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domenica 25 settembre 2011
A Cavendish l'iride, a noi la bile
Mark Cavendish si è aggiudicato il titolo di campione del mondo, nella corsa in linea di questi mondiali danesi. Mentre lui meritatamente si gode "God save the queen" dalla cima del podio, a noi tifosi italiani, orfani di Cipollini e Bettini, non resta che la bile.
Bile, già, perché si sapeva che il finale del percorso non favoriva il lavoro di un treno (e il nostro, in ogni caso, è sempre eccellente). Bile a quintali, perché sull'ultima rotatoria, una delle poche vere difficoltà del percorso di Copenaghen, l'Italia si è persa. Bennati, il nostro uomo di punta. è finito 14°.
Si era visto ieri, nella prova femminile, che a fare la differenza non sarebbe stato il traino dei vagoni, ma la capacità di non farsi chiudere, di tenere la cartuccia migliore all'asciutto per poi spararla al momento giusto. Così ha fatto Cavendish, che pure aveva perso i suoi compagni, ma che ha fatto valere la sua maggiore classe, ripercorrendo una volata simile a quella di Giorgia Bronzini.
Il bilancio del ciclismo italiano, a 10 mesi dai giochi di Londra, è sconfortante. Una sola medaglia, per quanto pregiata, su dieci prove tra corse in linea e contro il tempo. Nulli a cronometro, nulli a livello under e juniores; inesistenti a livello di pista (e qui si sconta la carenza strutturale italiana...), scarse chances per mountain bike (escludendo Eva Lechner, bronzo mondiale) e BMX (dove sono i nostri?). L'attenzione si focalizzerà sulle scelte di Paolo Bettini, ct finora senza fortuna, sulle convocazioni e sulla tattica scelta. Tuttavia, questo distrarrà dall'analisi più importante, quella dello stato del movimento ciclistico italiano, oggi non all'altezza del suo passato.
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