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domenica 8 gennaio 2012

Derby di Manchester, FA Cup: che peccato

Chi vince ha ragione. Gli assenti hanno sempre ragione. Chi perde piange e i cocci sono i suoi.

Tutte frasi fatte, con frequenza applicate al football. Tutte sentenze smentite, oggi, dal derby di Manchester, valido per la FA Cup, il torneo più antico al mondo.
Gli scherzi del sorteggio hanno messo di fronte le due sponde del Mersyside, le due compagini più belle dell'attuale calcio inglese, e due potenze così vicine eppure così distanti, per tradizione e per metodi.

Il Manchester United ha vinto 3-2 all'Etihad Stadium, in casa dei cugini biancoazzurri. I Red Devils, trascinati dalla doppietta di Wayne Rooney e da un'acrobazia di Danny Welbeck, conducevano già 3-0 alla fine del primo tempo. Un calo di concentrazione, nella ripresa, unito all'orgoglio dei Citizens ha riequilibrato, per quanto fosse possibile, il risultato, fino al 3-2 conclusivo.

Facile dire che Ferguson ha battuto Mancini, che stavolta Sir Alex ha stracciato Bobby Goal. Facile, ed errato.

domenica 4 dicembre 2011

La malattia del Dottore (e di tanti pazienti)

La domenica, da un po' di settimane, porta in dote lutti, nel mondo sportivo. E' così triste da apprendere, ed è così amaro da buttar giù, quando un "eroe" delle arene moderne lascia per sempre il palcoscenico, peggio se ingloriosamente.

E' successo la settimana scorsa, con il suicidio di Gary Speed, ct del football gallese: la curiosità del domani lo aveva abbandonato, chissà da quanto.

E' successo questa settimana, poche ora fa, dal momento in cui posto. Si è spento Socrates, campione brasiliano che poteva giocare solo di tacco, e che fu capitano di quello squadrone battuto dalla tripletta di Paolo Rossi al Sarria di Barcellona, nel fuoco dell'estate 82.

domenica 6 novembre 2011

L'ombrello nel cuore

Lo sport italiano ha vissuto giorni drammatici, dopo la scomparsa di un giovane campione di motociclismo e l'improvviso, grave malore che ha colpito un simbolo (positivo o negativo, fate voi) del pallone nostrano.

Antonio Cassano è salvo, dopo un'ischemia, dovuta ad un piccolo foro sulla superficie del suo cuore. Per ripararla, vi è stato apposto un "ombrellino", a proteggere il punto debole del campione barese.

Non è questa la sede per valutare le azioni di Antonio Cassano uomo, tante e tali sono state, dal suo esordio in serie A come calciatore, che ne ha segnato il destino per sempre. I litigi, le cassanate, le stronzate in generale fanno parte di un bagaglio, quello del Pibe di Bari Vecchia, che ogni club in cui ha giocato, bene o male ha pure conosciuto.

E proprio perché ogni casacca vestita da Antonio corrisponde ad una serie di esami medico sportivi, la domanda da porsi è: possibile che quel "difetto genetico", e solo quello, fosse sfuggito (in ordine cronologico) a Bari, Roma, Real Madrid, Sampdoria e Milan? Possibile che le qualità e le colpe del ragazzo, tanto genio in campo quanto inqualificabile fuori, abbiano oscurato un problema di salute congenito?

Ad Antonio, che per diverso tempo ho seguito da vicino, auguro di riprendersi, quale che sia la (vera?) causa della sua malattia, quali che siano i tempi della sua riabilitazione. Gli auguro anche, da sportivo, di tornare più forte di prima, sui campi di gioco. Gli auguro infine, da suo ex tifoso, di metter giudizio, e un freno definitivo alla sua lingua e ai suoi eccessi. Forse, l'avesse messo prima, non gli sarebbe stato applicato un ombrello sul cuore.

mercoledì 28 settembre 2011

Carlito's Way


Penso e ripenso alla scena di ieri sera, durante Bayern-Manchester City. Manca circa mezz'ora alla fine della partita, i Citizens sono sotto per due reti a zero, "Bimbo" Mancini fa scaldare diversi giocatori. Ora vuole calare l'asso Tevez, e invita Carlito ad alzare le pregiate terga dal morbido riparo dell'Allianz.

Mai nome fu più ironico, per segnare il luogo della (definitiva?) rottura tra l'attaccante argentino e l'allenatore jesino. Tevez rifiuta di alzarsi dal giaciglio, si fa pregare da qualcuno (dello staff o da un compagno, non saprei), infine ripercuote il suo diniego come la clava di Fred Flintstone, e gli appassionati del genere sapranno che essa era invisibile, ma sempre pronta e minacciosa.

Mancio non ne può più delle bizze dell'Apache. L'Apache vorrebbe tornare in Sud America, o per lo meno emigrare altrove, lasciandosi alle spalle le due sponde del Mersey. Ne nasce un conflitto esplosivo, tra chi è cresciuto in un Bronx, e chi non accetta (non ha mai accettato, salvo una grande eccezione) l'opposizione altrui alla sua autorità e al suo carisma.

Carlito "with me has closed", ha detto Mancio nel post partita, quasi imitando il Trap che proprio in Baviera aveva fatto tremare i muri. Staremo a vedere, se sarà davvero così (è probabile, in fondo è solo la goccia che fa traboccare il vaso).

Di sicuro, Carlito si è tolto un'ultima soddisfazione, e ha messo in discussione la leadership del suo (ex) allenatore. Più del 2-0 subito a Monaco, fossi Bobbygol mi sentirei incazzato per quello.

giovedì 22 settembre 2011

Turchia, prima le donne e i bambini


A prima vista, la notizia appare curiosa e infonde speranza. Ancora di piu' pensando che viene da uno stato a maggioranza islamica. Uno stadio di sole donnne e bambini, quello del Fenerbahce, per rimpiazzare gli uomini, molti dei quali esagitati, scalmanati e, di conseguenza, per proprie mancanze, squalificati.

La societa' turca ha trasformato l'obbligo di disputare la partita con il Manispor a porte chiuse in un happening a basso contenuto di ormoni. Si aggira in questo modo il rischio di giocare nel deserto, si concede una serata di gloria a chi, nel calcio e attorno al calcio, da sempre conta in modo marginale.

La mia lettura non riesce ad essere troppo positiva, lo ammetto. C'e' voluta una contestazione violenta per squalificare prima e poi escludere la teppa. C'e' voluto un espediente regolamentare per portare in prima linea le riserve del tifo.

Pur rendendo onore ai dirigenti turchi, che quanto meno l'hanno azzeccata, se e' vero che piu' o meno tutti tra ieri e oggi hanno parlato di loro, mi piacerebbe che la stessa cosa non si verificasse ancora in questa forma.

Ovvero: facciamolo anche noi, in Italia, ma senza aspettare le violenze o le squalifiche. Magari riservando tre quarti dello stadio, mischiando gli abbonati a donne e bambini. Non serve a nessuno parlare di famiglie allo stadio, se poi e' sempre il papa' il modello di tifo in famiglia.

giovedì 15 settembre 2011

Come disse Paperino: GASP!


Autocitarsi è un peccato mortale. Me ne rendo conto.

Ma dopo questo, questo e soprattutto questo, essere al punto in cui è l'Internazionale FC oggi è assolutamente naturale.

Le premesse c'erano tutte.

Detto questo, il silenzio radio sul calcio italiano riprende, il più a lungo possibile.

lunedì 18 luglio 2011

Giappone mondiale, USA sconfitti ai rigori


Come nelle favole più belle, il Giappone conquista il titolo di campione del mondo nel calcio femminile, sconfiggendo ai rigori gli Stati Uniti, favoriti della vigilia. Non si può parlare forse di vittoria di Davide su Golia, ma è certo che i bookmakers davano Hope Solo e compagne nettamente in vantaggio, sulla carta. Invece, l'incontro ha riservato emozioni e sorprese, dimostrando che la capacità di divertire con il pallone tra i piedi non è una prerogativa solo maschile.

Al contrario, la favola del Giappone è stata scritta da ragazze solide e tenaci, che hanno fatto dello spirito di gruppo il proprio cardine. A tutto ciò, si è aggiunta la classe trascinante del capitano giapponese, Homare Sawa, capocannoniere del torneo. La Sawa, nominata anche miglior giocatrice della competizione, ha illuminato il rapido gioco nipponico, con passaggi raffinati, che a me personalmente hanno ricordato l'estro di Andrea Pirlo, proprio quello di Germania 2006. Due volte sotto nel punteggio, il Giappone ha ottenuto la parità sia nei tempi regolamentari sia in quelli supplementari. Qui è stata proprio la Sawa a pareggiare, a tre minuti dal termine, con un colpo di tacco su calcio d'angolo (e qui i paragoni con Roberto Mancini e Zlatan Ibrahimovic si possono sprecare...): roba che difficilmente si vede, anche in partite di minor importanza, figurarsi in una finale mondiale.

Sugli Stati Uniti, c'è poco da dire: è di sicuro una squadra di talenti, a partire da Abby Wombach, strepitosa centravanti, capace di segnare il gol del momentaneo vantaggio americano nei supplementari, e in generale vera anima della squadra a stelle e strisce. Ma si può citare anche Alex Morgan che, pur da subentrata, ha dato un contributo di spessore, segnando il primo gol statunitense. Discorso a parte va fatto per Hope Solo: raramente un portiere viene osannato solo per un facile intervento in area. A lei tocca ogni volta che il pallone passa per le sue mani o i suoi piedi, creando il curioso caso di un ovazione per un intervento banale. Il suo essere personaggio da copertina non ha coinciso però con la sua prestazione in finale. Il gol del 2-2 segnato dalla Sawa è stato preceduto da un siparietto della stessa Solo, che pareva essersi infortunata, ma probabilmente stava solo perdendo tempo. Sempre sul gol del 2-2, la bella Hope non è parsa irreprensibile, esattamente come ai rigori. Uno parato, tre gol subiti, il brutto vizio di muoversi in anticipo. Il suo "guanto d'oro", premio al miglior portiere del torneo, pare immeritato, tanto quanto il medesimo riconoscimento sarebbe stato meritato da Ayumi Kaihori, estremo difensore nipponico, autrice di una gara strepitosa.
Chissà se Blatter, dovendo già premiare il Giappone campione del mondo, non abbia voluto compensare la delusione americana. O magari, semplicemente, non abbia voluto fare del marketing.

Giappone-Stati Uniti 5-3 d.c.r. (2-2 d.t.s.)

Copa América 2011, saluta anche il Brasile

E anche il Brasile cadde.
Nel quarto di finale sulla carta più squilibrato la sorpresa non è il catenaccio del Paraguay, la cui solidità difensiva è nota anche all'Italia. La sorpresa, se mai, è rappresentata dalla incredibile incapacità di concretizzare della nazionale verdeoro, che ha sprecato occasioni su occasioni. Alla fine dei tempi regolamentari e poi dei due tempi supplementari, il risultato è rimasto bloccato sullo zero a zero.
Ai rigori, il campo fa la differenza, o forse solo l'indolenza dei carioca.
Il rigore sbagliato da Elano (imitato dal paraguayano Barreto) sembra più colp del fondo sconnesso che del calciatore. Pazienza, ci sta essere ingannati. Poi però la blanquiroja non sbaglia più, mentre, il Brasile fallisce altri tre tiri dal dischetto. Un dischetto mobile e insabbiato, d'accordo, ma calciare in modo più facile sarebbe stata la cosa più logica. Invece, brasiliani a casa, a mitigare le sofferenze argentine.

Il Paraguay si giocherà l'accesso alla finalissima contro un'altra sorpresa, il Venezuela. La nazionale vinotinta batte 2-1 il Cile di Alexis Sanchez, e anche qui sono le occasioni sbagliate a condannare i favoriti della vigilia. Tra pali, traverse ed errori vari, i cileni finiscono due volte sotto, ma la seconda volta non riescono a trovare il pareggio, anche perché mancano otto minuti alla fine.

Il quadro delle possibili finaliste vede dunque l'Uruguay favorito, e il Paraguay di rincalzo. Perù e Venezuela potrebbero scrivere la storia, quando alla vigilia nessuno le dava neanche in semifinale.

Quello che è certo è che questa sarà ricordata come una loca Copa América.

domenica 17 luglio 2011

Copa América 2011, l'Uruguay elimina Messi

La Copa América 2011 perde la sua squadra favorita, nonché paese ospitante, l'Argentina. L'Uruguay passa ai rigori ed elimina così Messi e compagni, ancora una volta bocciati alla prova di maturità con la Seleccion.

Alla vigilia si ipotizzava che il Clasico Rioplatense potesse riservare delle sorprese. A giudicare dall'andamento della gara e dal risultato finale, questo pronostico si è avverato, nel modo più esaltante per la Celeste e in quello più drammatico per i padroni di casa. Lo stadio di Santa Fè, già noto come il "cimitero degli elefanti" per le fragorose cadute di formazioni titolate (come il Santos di Pelé) è diventato la tomba dei sogni argentini. Che si sia definitivamente rotto qualcosa, tra la nazione e la Seleccion, lo sottolinea anche la stampa locale, che parla di "morte dei sogni" (El Clarin), e di "fracaso nacional", cioè fallimento nazionale (il quotidiano sportivo Olè). Inutile aggiungere che i tre indicati come colpevoli sono Tevez, per il rigore sbagliato, Messi, che non riesce a trascinare l'Argentina alla vittoria come Diego, e Batista, nel tipico ruolo di parafulmine che non vuole saperne di schiodarsi dalla panchina. Sul paragone tra Leo e Diego si potrà scrivere tantissimo, d'ora in avanti, fino alla fine della carriera della Pulga. Mi limito ad osservare che Maradona era decisivo in contesti buoni ma non eccellenti (vedi il Napoli e l'Argentina dell'86), mentre Messi stravince senza fatica apparente quando è circondato da talenti purissimi (Xavi, Iniesta, Villa, ecc.) mentre non ottiene nulla pur dannandosi l'anima quando i comprimari non sono al suo livello.

Vola dunque l'Uruguay del Maestro Tabarez, che si giocherà l'accesso alla finalissima contro il sorprendente Perù. La blanquirroja ha battuto per 2-0 ai tempi supplementari la più quotata Colombia, che ha fallito occasioni su occasioni, compreso un calcio di rigore con Falcao. Era dal 1983 che la nazionale de los Incas non otteneva un risultato così positivo nella competizione, e adesso la sfida contro la Celeste sarà tutta da giocare per continuare a sognare: gli stessi sogni che fino a stanotte hanno cullato milioni di tifosi argentini.

sabato 16 luglio 2011

Copa América 2011, al via i quarti!

Scattano stanotte, in Argentina, i quarti di finale della Copa América 2011.
Il tabellone vede, nella parte alta, Perù-Colombia e Argentina-Uruguay. Se la prima sfida ha come favoriti i colombiani, vittoriosi nel proprio girone davanti ai padroni di casa, la sfida tra gli uruguaiani e gli stessi argentini si preannuncia come equilibrata ed aperta alle sorprese. Le due formazioni vivono un vero e proprio derby, detto "Clasico Rio platense", dal nome del maestoso fiume che segna il confine tra i due stati. La tradizione vuole favorita l'Albiceleste sulla Celeste, che però ha già trionfato in due fondamentali occasioni sui rivali: nel 1930, nella finale del primo campionato del mondo, e nel 1987, nell'ultima Copa América giocata a passo di tango. Messi contro Suarez, Aguero contro Forlan, Batista contro Tabarez: da un lato, i padroni di casa, favoriti della vigilia, che non possono perdere; dall'altro, gli outsiders per definizione, fin da quella finale del Maracanà, anno 1950, che uccise (non solo metaforicamente) un buon numero di speranze brasiliane.

Nella parte bassa del tabellone, ecco appunto i carioca, guidati da Pato e Neymar. Il Brasile sfiderà, per le bizzarrie della formula del torneo , il Paraguay, appena affrontato nel girone. Il talento nei verdeoro c'è sempre, meno la fluidità della manovra, che stenta. Se ci si mette anche un Julio Cesar ridotto ai minimi termini (come dimostrato contro l'Ecuador), ecco che allora per i brasiliani la sfida contro l'Albiroja è tutt'altro che agevole.
Infine, sulla strada di Pato e Santa Cruz ci sono anche Cile e Venezuela. I rossi di Alexis Sanchez sono in buona forma, e hanno vinto il proprio girone pur senza strafare. Di fronte avranno la "vinotinta", l'orgoglio del presidente Chavez, che sicuramente ha dimostrato di essere migliorata tantissimo rispetto agli ultimi tornei continentali. Favorito il Cile, che vuole vendicarsi del Brasile, suo giustiziere agli ultimi mondiali.

Neanche a dirlo, tutti gli incontri saranno trasmessi in diretta notturna da Sky.

giovedì 14 luglio 2011

Hope del Giappone

La finale della VI edizione del mondiale di calcio femminile vedrà scendere in campo gli Stati Uniti e il Giappone. Se per le americane, già alla vigilia del torneo favorite, si tratta del terzo appuntamento per salire sul tetto del mondo (dopo le vittorie del 1991 e del 1995), per le giapponesi si tratta di una prima assoluta, e comunque del miglior risultato di sempre nel campionato del mondo (in precedenza, solo i quarti nel 1995). I confronti diretti in una fase finale del mondiale è altresì favorevole alle americane, vittoriose per 3-0 sulle nipponiche, nel 1991, e per 4-0 nel 1995.

Il pronostico dice quindi USA, ma questo Giappone (detto Nadeshiko Japan, ossia la nazionale del garofano, simbolo della squadra) è una compagine che va oltre i valori tecnici e agonistici. Questo Giappone rappresenta la speranza di un intero popolo, che non vuole chinare il capo di fronte al destino. La crescita esponenziale di Cina e India, e il recente disastro dello tsunami sembravano aver relegato il Giappone a ex potenza mondiale, e a potenza locale in Asia. Lo sport, e questo torneo di calcio in particolar modo, sembrano poter restituire prestigio e dignità a chi, allo sport, ha sempre dedicato passione, serietà e competenza.

I giapponesi tutti meriterebbero un trionfo, dopo quanto subito nei mesi recenti, ma si sa che il calcio è un universo a sè, e allora viva Hope Solo, la giocatrice più rappresentativa delle Yanks a caccia della terza stella. Lei, di professione portiere, è ammirata tanto per il talento quanto per l'avvenenza, ma forse ancora di più attrae quel nome, carico di malinconia e speranza. Le stesse caratteristiche di quel fiero popolo dell'estremo oriente, pronto a festeggiare, a suo modo, un eventuale trionfo delle sue ragazze.

HIGHLIGHTS SEMIFINALI FIFA WOMEN'S WORLD CUP

Giappone - Svezia 3-1
Usa - Francia 3-1

lunedì 11 luglio 2011

Donne sul tetto del mondo

Penultimo atto della coppa del mondo femminile di calcio, edizione 2011, ospitata dalla Germania. Alle semifinali sono giunte le nazionali di Giappone e Svezia, che si sfideranno mercoledì prossimo a Francoforte, e quelle di Francia e Stati Uniti, in scena sempre mercoledì, ma a Moenchengladbach.

Ciò che è davvero interessante di questo torneo, al di là dell'aspetto tecnico (le donne toccano il pallone bene quanto gli uomini, se non di più, solo in Italia non ce ne accorgiamo...), è la differenza netta tra le bandiere che dominano, rispetto all'evento maschile.

Se vi avessero raccontato che le semifinali di Sudafrica 2011 avevano visto sfidarsi la Svezia di Ibra contro il Giappone di Nagatomo, oppure gli Stati Uniti di Donovan contro la Francia di Benzema, non vi sarebbe venuto un minimo sospetto che qualcosa fosse andato storto?

Eppure, la realtà è questa, in campo femminile. Ai quarti, tutti gli incontri sono stati equilibrati e spettacolari. La Germania, dominatrice in passato, si è fatta eliminare in casa dalle giapponesi, ai supplementari. L'Inghilterra ha perso ai rigori contro la Francia, ma in questo caso almeno una "nobile" sarebbe comunque arrivata in semifinale. Il Brasile è stato eliminato dagli USA, in quella che poteva benissimo essere una finale per il titolo, ed è stato solo un quarto. Infine, a contendersi un posto tra le prime quattro sono state, appunto, Svezia e Australia. Non pervenute la Spagna, l'Argentina, l'Italia, l'Uruguay...

In campo femminile, la tradizione è diversa, d'accordo. L'albo d'oro mondiale, dal 1991, recita USA-Norvegia-USA-Germania-Germania. Ai giochi olimpici, le americane hanno sempre disputato la finalissima, dalla prima edizione del torneo femminile, nel 1996, lasciando l'oro solo in un caso, alle norvegesi, a Sydney 2000. Ma la logica vorrebbe che lo sviluppo di uno sport (e di quale sport si sta parlando!) fosse paritario e uniforme, specie nei Paesi dove maggiore è l'interesse per la disciplina. In Italia, si fa fatica a far passare il professionismo nel calcio femminile, per cui è inutile sperare di ottenere risultati significativi a livello mondiale. Magari vogliamo far intervenire il ministro per le pari opportunità?

lunedì 4 luglio 2011

Calcioscommesse 2011, parte la giustizia sportiva

Con l'inizio degli interrogatori da parte del procuratore Palazzi, la giustizia sportiva muove i suoi primi passi ufficiali nella vicenda "calcioscommesse 2011". Se ne era parlato tantissimo, un mese fa, poi la cosa è rimasta sottotraccia, forse per l'enorme clamore iniziale.
Oggi torna alla ribalta, perché la giustizia sportiva ha tempi ristretti, solo due gradi di giudizio, e rispetto alla giustizia ordinaria i modi sono un po' differenti.

Ciò che potrebbe succedere, dal deferimento di società e tesserati, a penalizzazioni e revisione dei quadri di serie A, B e Lega Pro, è tutto da vedere. All'inizio sembrava tutto circoscritto alle serie minori, poi sono partiti i nomi più importanti; regna grande incertezza sull'esito conclusivo, e si sa che tra ricorsi e reclami nulla è scontato.

Resta però un dubbio, che non può non essere sciolto dalle indagini di Palazzi. Il coinvolgimento delle società maggiori deve essere chiarito o smentito, per far ripartire la stagione senza ombre. La serie A, con Calciopoli, ha già patito enormemente, a livello di credibilità, e soluzioni di compromesso non potrebbero che peggiorare la situzione.

Allo stesso modo, quest'inchiesta, unita alle tante difficoltà economiche di molte società di Lega Pro, può essere l'occasione per realizzare un obiettivo che sottoscriverei pienamente, lo sfoltimento del numero delle squadre professionistiche. Sarebbe un primo passo per ridimensionare il nostro calcio, sul piano dei debiti e della credibilità.

venerdì 1 luglio 2011

Copa América 2011, si parte!

Stanotte, alle 2.45 ora italiana, parte la Copa América 2011, organizzata dall'Argentina, 24 anni dopo l'ultima sua edizione, presente Diego Maradona.
Quella volta, però, non fu Diego a vincere, bensì l'Uruguay di Enzo Francescoli. Il dramma per i tifosi argentini fu totale, e il fatto di non aver vinto le due edizioni da campioni del mondo in carica (quella dell'87, appunto, e quella del 1989, contro gli eterni rivali brasiliani, in casa loro) provocò un vero e proprio shock, cui si aggiunse la controversa sconfitta di Roma del 1990. Il fato sembrò tornare a sorridere all'Albiceleste con le due vittorie sudamericane del 1991 e del 1993, ma da allora nessun altro titolo continentale o mondiale è volato sulla Pampa. Certo, le ultime edizioni dei Giochi Olimpici hanno portato due ori preziosissimi nella bacheca argentina. Proprio dall'ultima edizione dei Giochi, Pechino 2008, può e deve ripartire l'Albiceleste, e dal suo uomo simbolo, che quell'oro l'ha vinto: Lionel Messi.


Inutile aggiungere che tutti gli obiettivi sono puntati su Leo, stante il paragone con El Diego. Confrontando il palmares dei due, si legge che il Pibe non ha mai toccato una Coppa dei campioni, Messi già tre; Leo non ha ancora saputo trascinare i suoi al trionfo mondiale, Maradona in Messico, si sa, fu un marziano tra i terrestri. Questa Copa América sembra essere il banco di prova definitivo per Messi: vincere in patria lo porrebbe definitivamente sullo stesso piano di Diego.

Non sarà facile per il leader dell'Albiceleste. La concorrenza è agguerrita come non mai. Stavolta non c'è solo il Brasile, che anzi pare depotenziato rispetto ai suoi standard usuali. Certo, Pato e Robinho sono freschi campioni d'Italia, Neymar e Ganso gli astri nascenti, Lucio ed Elano i trascinatori di sempre, ma manca un fenomeno assoluto. Manca un Messi, insomma.

C'è però un Uruguay fresco di quarto posto mondiale in Sudafrica, e quindi migliore sudamericana piazzata. Cavani-Forlan-Suarez forse non varranno Lavezzi-Messi-Tevez, ma di sicuro la loro pericolosità complessiva non è così dissimile.

Da non sottovalutare il Cile del Nino Maravilla, Alexis Sanchez, vero protagonista del mercato europeo. Da non sottovalutare nemmeno il Paraguay, tradizionalmente una squadra difensivista, che però ha in Lucas Barrios una brillante punta di diamante. Più staccate le altre formazioni, come inevitabile che sia, per tradizione e livello dei propri club. Forse il Messico, forse l'Ecuador potrebbero dire la loro, ma si tratterebbe comunque di outsider già nei loro gironi, non certo di indiziate per la vittoria finale.

In ogni caso, molto starà ai padroni di casa, e la pressione sulla Pulga sarà enorme: piccolo grande uomo, fantascientifico talento calcistico, ultima speranza di una nazione in crisi sotto tanti punti di vista, che oggi come in passato si attacca al calcio per mettere da parte le proprie tragedie.

NBA, Lock out in vista... Quanto dista l'Italia?

E' rottura, tra i proprietari delle franchige NBA e l'associazione dei giocatori. Le ragioni sono da cercare nei costi degli ingaggi, lievitati a dismisura, e non più sostenibili, secondo i padroni delle squadre.
Dall'altra parte della barricata, i giocatori ritengono di non doversi sacrificare più di tanto per far andare avanti il gioco.

Il dato più rilevante è che 22 squadre su 30 hanno i conti in rosso, e le perdite globali sono stimate attorno ai 340 milioni di dollari annui.
La NBA sembra un pianeta distante dallo sport italiano, per lo spettacolo che produce, per la qualità dei suoi talenti (nazionali e stranieri), per il giro d'affari nettamente superiore a quello di qualsiasi campionato italiano, basket e non. Eppure, la situazione, a mio avviso, potrebbe e dover suggerire qualcosa al nostro sport.


L'America del basket non ha più soldi per pagare i giocatori, i quali hanno preso il comando vero e proprio delle operazioni. I diritti tv e i ricavi delle partite non bastano più a sostenere i costi di gestione. Stiamo parlando di palazzetti moderni, dove il merchandising e il marketing sono assai più evoluti che dalle nostre parti.

Dunque, è logico credere che se negli Stati Uniti si è venuta a creare questa situazione, e se la soluzione non pare alla portata di mano per i dirigenti a stelle strisce, non diversamente da noi, quando si arriverà al punto di rottura, il lock out sarà il minimo.
In Italia, però, c'è la sindrome dell'orchestra del Titanic, nello sport come nella società: si continua a suonare come se l'iceberg non ci stesse per colpire (o non ci avesse già colpito!). E' il vecchio ritornello della canzone "Finché la barca va...", e basti questo a spiegare la tristezza della nostra mentalità.

Facile, quanto sterile, fare moralismi sugli ingaggi elevati degli sportivi, confrontati con gli stipendi degli operai e dei co.co.pro. Più difficile, ma più utile, sarebbe ragionare su un nuovo modello di sport professionistico, equilibrato a livello economico ed attento alla qualità dello spettacolo. Sia la NBA, sia la Serie A, sia quello che volete: America e Italia non sono così distanti.