domenica 4 dicembre 2011

La malattia del Dottore (e di tanti pazienti)

La domenica, da un po' di settimane, porta in dote lutti, nel mondo sportivo. E' così triste da apprendere, ed è così amaro da buttar giù, quando un "eroe" delle arene moderne lascia per sempre il palcoscenico, peggio se ingloriosamente.

E' successo la settimana scorsa, con il suicidio di Gary Speed, ct del football gallese: la curiosità del domani lo aveva abbandonato, chissà da quanto.

E' successo questa settimana, poche ora fa, dal momento in cui posto. Si è spento Socrates, campione brasiliano che poteva giocare solo di tacco, e che fu capitano di quello squadrone battuto dalla tripletta di Paolo Rossi al Sarria di Barcellona, nel fuoco dell'estate 82.



Non si è trattato di suicidio, come per Speed. Shock setticemico, così recita il bollettino. Infezione intestinale dovuta ad intossicazione. L'alcool, il nemico che lo ha circuito e poi battuto. Come per Speed, però, c'è quel tetro sfondo che nega tutto ciò che da spettatori e appassionati vediamo nel mondo del pallone. La felicità della sfera che rotola, della bella giocata, del goal. Niente di tutto questo, per l'ultimo respiro di Speed e per l'ultimo bicchiere del Dottore.

La malattia è quella che colpisce chi non riesce più a provare la stessa felicità, e si spegne di un angolo del campo. Ci accorgiamo della sua assenza solo a sostituzione effettuata.

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