Ospito per la prima volta il pezzo di un collega. Si tratta di Marco Cognigni, detto il Presidentissimo, per l'omonimia con quello della Viola. Marco lavora a Sky Sport 24, ed è una colonna portante degli aggiornamenti grafico-testuali. E' anche un grande amante del bel calcio, e l'articolo che segue "rompe" il silenzio che mi sono imposto sul football, almeno per quanto riguarda "Passport". Il pezzo merita davvero di essere letto con attenzione: enjoy it!!!
I marziani sono tornati sulla terra. E’ stato un novembre grigio quello che ha accompagnato il cammino del Barcellona in giro per la Spagna, dalle nuvole di Bilbao al fulmine di Getafe firmato Juan Valera. Cinque punti persi per strada nell’arco di venti giorni, roba da comuni mortali.
Segnali di vulnerabilità che fanno sghignazzare Mourinho e il suo Real, sempre più primo in una Liga dal copione diverso rispetto alle ultime recite. Incidenti di percorso? Oppure in Catalogna è il caso di preoccuparsi? Qualche ansia è lecito averla, anche se ti chiami Messi o Guardiola.
La stagione sta entrando nel vivo e i blaugrana (da buoni alieni) non lottano solo per il titolo nazionale, ma allargano i loro orizzonti all’Europa e al mondo. Per riuscire nella scalata, però, servono brillantezza e un pizzico di fortuna, ingredienti che di recente scarseggiano nel frigo di master chef Pep.
Contro il Getafe Messi si è visto annullare un gol valido, ha colpito un palo ed è rimasto “impalato” a ripensare al suo errore. Sia chiaro, ragioniamo sempre di un Barça capace di comandare il gioco, ma se l’avversario non va in tilt possono essere dolori. Anche a San Siro, nonostante una prestazione autoritaria, sono serviti un calcio di rigore e un mezzo autogol di Van Bommel per portare a casa il primato nel girone di Champions.
Parla il campo, parlano i numeri: vola il Real a +6, corrono le inseguitrici Valencia e Levante, rispettivamente a -1 e -2 dai catalani. Cornice non ideale nella quale preparare il Mondiale per Club, che scatterà il 15 dicembre in Giappone subito dopo il “clàsico” in programma al Bernabeu cinque giorni prima. Una formalità chiamata semifinale, poi l’appuntamento atteso da tutti contro il Santos di Ganso e Neymar.
Mille spauracchi, mille tranelli nel percorso verso la gloria. In un famoso film James Bond lo gridava a chiare lettere: “the world is not enough”, il mondo non basta. Lui era un eroe, a Barcellona i marziani sono tornati sulla Terra. Proprio per questo, il mondo, sarebbe il caso di farselo bastare.
martedì 29 novembre 2011
venerdì 25 novembre 2011
Social (Olympic) Games
Prendo in prestito il nome della trasmissione di Luca Corsolini, in onda su Sky Sport, per raccontare un po' di una novità (affatto nota) del mondo olimpico.
Esiste un sito, "The Olympic Athletes Hub", che funge da vero e proprio centro di connessioni tra atleti e fan di tutto il mondo.
A prima vista, sembrerebbe uno dei tanti siti olimpici, con i cinque cerchi in bella mostra, in alto a sinistra, e poco altro in homepage.
Al centro dello schermo, una barra di ricerca; subito sotto, tre riquadri più piccoli e proporzionati, nominati rispettivamente SIGN UP (iscriviti), FOLLOW (segui) e REWARDS (premi). Spiccano, al centro, quei due simboletti così famosi, uno blu e uno celeste. Ebbene sì, sono i loghi di Facebook e Twitter. Da qui, e solo da qui, si potrebbe davvero capire (a meno di non aver familiarità ed immediatezza con la lingua inglese ... but, hey guys, we're italians!) di cosa si occupa questo sito.
Mangiata la foglia, pare chiaro cosa significhi, in basso a sinistra, la classifica dei TOP FOLLOWED ATHLETES (gli atleti più seguiti). In ordine, Federer - Nadal - Bolt - Phelps - White possono vantare milioni (milioni!) di fan in collegamento con le loro pagine di Facebook o connessi ai loro account di Twitter. Come dire, social network, universal stars.
Accanto alla classifica, un riquadro che recita FEATURED ATHLETES (atleti in evidenza). Un suggerimento, un modo per "spingere" su chi avrebbe potenzialità enormi, ma magari non ha ancora i numeri, intesi come fan al seguito.
Quasi sfugge, alla fine di tutto ciò, il banner a fondo pagina. E' dedicato esclusivamente agli atleti, per permettere loro di essere "iscritti" all' hub olimpico, e poter essere quindi trovati dai fan grazie al motore di ricerca.
Ma come funziona veramente questo benedetto hub?
Proviamo a fare una ricerca. Facile scrivere il nome del proprio beniamino (o beniamina: le donne, pur fuori dalla top five, dominano nettamente nel numero di pagine della top 500). Più curioso scrivere il nome del proprio paese o della disciplina preferita. Cercando ITALIA, vengono fuori appena tre risultati, e scrivendo ITALY la musica non cambia. Giuliano Razzoli, Natalia Valeeva e Renato Pasini, gli unici azzurri ad essersi registrati all' hub. Inutile cercare Federica Pellegrini o Valentina Vezzali, non si sono linkate (non ancora, ma scommettiamo che da qui a Londra 2012 lo faranno?). Disastroso cercare per disciplina, se non si amano gli sport più popolari (vedi tennis). Anche se, e questo forse è un merito, il calcio è fuori gioco: appena tre i calciatori in lista, di cui due donne (Solo e Mitts, USA) e il testone di Puyol a corredo.
Una volta aperta la pagina dell'atleta (o della squadre nazionali olimpiche, numerose le pagine ad esse dedicate), al centro leggermente verso sinistra appariranno i post più recenti su FB o TW, mentre a destra ci sono i classici pulsanti FOLLOW e LIKE. Irresistibili pulsantini colorati, che ti permettono, sfiorandoli in un dolce clic, di piazzare il proprio nome in lista, al seguito del celebrato campione o dell'amata campionessa. Potenza dei social network.
La sensazione è che uno strumento del genere, nel momento in cui diverrà popolare e magari più trendy e meno official, possa davvero rappresentare un mondo nel mondo, e azzerare (virtualmente) la distanza tra star e tifoso. Almeno, nel mondo di Olimpia, questo pare possibile.
Esiste un sito, "The Olympic Athletes Hub", che funge da vero e proprio centro di connessioni tra atleti e fan di tutto il mondo.
A prima vista, sembrerebbe uno dei tanti siti olimpici, con i cinque cerchi in bella mostra, in alto a sinistra, e poco altro in homepage.
Al centro dello schermo, una barra di ricerca; subito sotto, tre riquadri più piccoli e proporzionati, nominati rispettivamente SIGN UP (iscriviti), FOLLOW (segui) e REWARDS (premi). Spiccano, al centro, quei due simboletti così famosi, uno blu e uno celeste. Ebbene sì, sono i loghi di Facebook e Twitter. Da qui, e solo da qui, si potrebbe davvero capire (a meno di non aver familiarità ed immediatezza con la lingua inglese ... but, hey guys, we're italians!) di cosa si occupa questo sito.
Mangiata la foglia, pare chiaro cosa significhi, in basso a sinistra, la classifica dei TOP FOLLOWED ATHLETES (gli atleti più seguiti). In ordine, Federer - Nadal - Bolt - Phelps - White possono vantare milioni (milioni!) di fan in collegamento con le loro pagine di Facebook o connessi ai loro account di Twitter. Come dire, social network, universal stars.
Accanto alla classifica, un riquadro che recita FEATURED ATHLETES (atleti in evidenza). Un suggerimento, un modo per "spingere" su chi avrebbe potenzialità enormi, ma magari non ha ancora i numeri, intesi come fan al seguito.
Quasi sfugge, alla fine di tutto ciò, il banner a fondo pagina. E' dedicato esclusivamente agli atleti, per permettere loro di essere "iscritti" all' hub olimpico, e poter essere quindi trovati dai fan grazie al motore di ricerca.
Ma come funziona veramente questo benedetto hub?
Proviamo a fare una ricerca. Facile scrivere il nome del proprio beniamino (o beniamina: le donne, pur fuori dalla top five, dominano nettamente nel numero di pagine della top 500). Più curioso scrivere il nome del proprio paese o della disciplina preferita. Cercando ITALIA, vengono fuori appena tre risultati, e scrivendo ITALY la musica non cambia. Giuliano Razzoli, Natalia Valeeva e Renato Pasini, gli unici azzurri ad essersi registrati all' hub. Inutile cercare Federica Pellegrini o Valentina Vezzali, non si sono linkate (non ancora, ma scommettiamo che da qui a Londra 2012 lo faranno?). Disastroso cercare per disciplina, se non si amano gli sport più popolari (vedi tennis). Anche se, e questo forse è un merito, il calcio è fuori gioco: appena tre i calciatori in lista, di cui due donne (Solo e Mitts, USA) e il testone di Puyol a corredo.
Una volta aperta la pagina dell'atleta (o della squadre nazionali olimpiche, numerose le pagine ad esse dedicate), al centro leggermente verso sinistra appariranno i post più recenti su FB o TW, mentre a destra ci sono i classici pulsanti FOLLOW e LIKE. Irresistibili pulsantini colorati, che ti permettono, sfiorandoli in un dolce clic, di piazzare il proprio nome in lista, al seguito del celebrato campione o dell'amata campionessa. Potenza dei social network.
La sensazione è che uno strumento del genere, nel momento in cui diverrà popolare e magari più trendy e meno official, possa davvero rappresentare un mondo nel mondo, e azzerare (virtualmente) la distanza tra star e tifoso. Almeno, nel mondo di Olimpia, questo pare possibile.
martedì 22 novembre 2011
Italia-Brasile, otto anni dopo
Era il 21 giugno 2003, era la Volley World League. L'Italia che batte il Brasile in uno scontro diretto non ce la ricordavamo da allora.
Otto anni di astinenza, di sconfitte, di delusioni ad ogni livello. La peggiore, quella dello scorso anno, in semifinale mondiale, giocando in casa nostra, a Roma. La più importante, quella finale dei giochi olimpici di Atene 2004, quando assaggiammo di nuovo l'argento a un passo dal trionfo.
I volti di Bernardinho, Giba, Vissotto, Marlon e tutti gli altri ci spaventavano e ci facevano paura, più per la striscia negativa allungata nel tempo, che per la nostra incapacità di giocarcela.
Tutto questo era e non può più essere. Oggi l'Italia di Mauro Berruto ha cancellato otto anni di nero verdeoro. Oggi l'Italvolley, vincendo 3-2 nella World Cup giapponese, ha voltato pagina, scritto una nuova storia. D'accordo, la sfida non metteva in palio davvero nulla, se non il punteggio in classifica, e in proiezione Londra 2012. Non era l'accesso ad una finale o una medaglia mondialolimpica, forse nemmeno la conquista della coppa. Ma quanto può valere sbloccarsi dalle proprie paure? Cancellata la bestia nera, non ci sono più scuse. Siamo forti, siamo l'Italia, e ce la giocheremo con chiunque. Non c'è Giba che tenga.
Bravi ragazzi, orgogliosi della vostra prestazione, pronti a sostenervi fino alla fine.
lunedì 21 novembre 2011
Homo Fabris
La notizia di questo inizio settimana tardo novembrino è secca e pungente: Enrico Fabris si ritira dall'attività agonistica. Anzi, si è già ritirato, mentre scrivo.
Ha poco più di tren'anni, ha vinto due splendidi ori nei giochi olimpici di Torino 2006, oltre ad un bronzo nella stessa edizione. La sua specialità, il pattinaggio di velocità. Il suo stile, perfetto. La sua immagine post olimpica, un eroe.
Il ritiro di Enrico Fabris, oggi, fa sentire noi, quei ragazzi di vent'anni che si affacciavano (da spettatori o da addetti ai lavori) ai loro primi giochi italiani, un po' più vecchi, e un po' più tristi.
Il tempo che scorre veloce, veloce come quando Enrico filava sul ghiaccio, ci ha giocato un brutto scherzo. Ci ha fatto credere che lui lo stesse battendo per noi, che il nostro eroe di quei giochi non dovesse passare mai di moda, che poggiare le mani dietro la schiena curva in avanti significasse, allora e per sempre, "fare il Fabris".
Quella gara è finita, ne è già iniziata una nuova. Per lui, come per noi.
Nella speranza che arrivi un altro homo Fabris, per i colori azzurri, il mio (nostro) saluto all'uomo che ci ha fatto scoprire campioni olimpici dove non pensavamo di poterlo essere. Buona nuova vita, Enrico.
Ha poco più di tren'anni, ha vinto due splendidi ori nei giochi olimpici di Torino 2006, oltre ad un bronzo nella stessa edizione. La sua specialità, il pattinaggio di velocità. Il suo stile, perfetto. La sua immagine post olimpica, un eroe.
Il ritiro di Enrico Fabris, oggi, fa sentire noi, quei ragazzi di vent'anni che si affacciavano (da spettatori o da addetti ai lavori) ai loro primi giochi italiani, un po' più vecchi, e un po' più tristi.
Il tempo che scorre veloce, veloce come quando Enrico filava sul ghiaccio, ci ha giocato un brutto scherzo. Ci ha fatto credere che lui lo stesse battendo per noi, che il nostro eroe di quei giochi non dovesse passare mai di moda, che poggiare le mani dietro la schiena curva in avanti significasse, allora e per sempre, "fare il Fabris".
Quella gara è finita, ne è già iniziata una nuova. Per lui, come per noi.
Nella speranza che arrivi un altro homo Fabris, per i colori azzurri, il mio (nostro) saluto all'uomo che ci ha fatto scoprire campioni olimpici dove non pensavamo di poterlo essere. Buona nuova vita, Enrico.
sabato 19 novembre 2011
Azzurre alla riscossa
Forse è azzardato ripescare un bel film a cartoni animati di qualche anno fa, per spiegare in tre parole quanto avvenuto in Giappone, alla Volley World Cup, nelle ultime due settimane. Azzurre prime, come nel 2007, e la coppa, per dirla alla Roberto Prini, resta in Italia.
Le ragazze di Massimo Barbolini, dopo un europeo a dir poco deludente (4° posto dopo le sconfitte con Germania e Turchia, semifinale e finalina), e una wild card per grazia ricevuta, sono sbarcate nella terra del Sol Levante senza Francesca Piccinini e Paola Cardullo, due perni storici del gruppo.
Eppure, nonostante il viatico scoraggiante e gli eventuali alibi per le assenze, Leo Lo Bianco e compagne hanno iniziato subito a macinare gioco e risultati, incamerando due vittorie, contro Cina e Giappone, che a posteriori dicono quanto già ottimo fosse stato l'approccio al torneo.
Torneo di qualificazione a Londra 2012, tra l'altro. Ecco, il risultato più importante, più atteso, più desiderato, era proprio questo, il pass olimpico. E' arrivato con due turni d'anticipo rispetto alla chiusura del calendario, in una rivincita sulle tedesche che ha avuto il sapore del riscatto definitivo.
Si potrebbe dire anche della vittoria sul Brasile, o del calo di tensione accusato contro le americane, o ancora del successo sulla Serbia. Ma più di tutto, da questa World Cup 2011, resta il senso di riscossa, per una squadra che neanche due mesi fa veniva data in calando, nonostante talenti purissimi e una guida, come quella di Massimo Barbolini, in discussione nonostante anni di risultati.
In proiezione London, essere già là (appena la seconda nazionale qualificata, tra maschi e femmine, dopo il Settebello) può rilassare i nervi e aiutare la concentrazione, per puntare spediti al podio. In fondo, il volley è la disciplina più mentale tra quelle di squadra.
Le ragazze di Massimo Barbolini, dopo un europeo a dir poco deludente (4° posto dopo le sconfitte con Germania e Turchia, semifinale e finalina), e una wild card per grazia ricevuta, sono sbarcate nella terra del Sol Levante senza Francesca Piccinini e Paola Cardullo, due perni storici del gruppo.
Eppure, nonostante il viatico scoraggiante e gli eventuali alibi per le assenze, Leo Lo Bianco e compagne hanno iniziato subito a macinare gioco e risultati, incamerando due vittorie, contro Cina e Giappone, che a posteriori dicono quanto già ottimo fosse stato l'approccio al torneo.
Torneo di qualificazione a Londra 2012, tra l'altro. Ecco, il risultato più importante, più atteso, più desiderato, era proprio questo, il pass olimpico. E' arrivato con due turni d'anticipo rispetto alla chiusura del calendario, in una rivincita sulle tedesche che ha avuto il sapore del riscatto definitivo.
Si potrebbe dire anche della vittoria sul Brasile, o del calo di tensione accusato contro le americane, o ancora del successo sulla Serbia. Ma più di tutto, da questa World Cup 2011, resta il senso di riscossa, per una squadra che neanche due mesi fa veniva data in calando, nonostante talenti purissimi e una guida, come quella di Massimo Barbolini, in discussione nonostante anni di risultati.
In proiezione London, essere già là (appena la seconda nazionale qualificata, tra maschi e femmine, dopo il Settebello) può rilassare i nervi e aiutare la concentrazione, per puntare spediti al podio. In fondo, il volley è la disciplina più mentale tra quelle di squadra.
mercoledì 16 novembre 2011
Gli ori olimpici del Settebello
Una clip non si firma. Una clip si studia, si prepara e poi si realizza.
Se è una clip sulla pallanuoto, è facile che ci abbia messo lo zampino. Se poi è una clip fatta sulle note dei Clash, allora è come se l'avessi firmata. Un grazie a Massimo Carboni, senza il quale non si sarebbe realizzato un bel niente.
Enjoy!!!
Se è una clip sulla pallanuoto, è facile che ci abbia messo lo zampino. Se poi è una clip fatta sulle note dei Clash, allora è come se l'avessi firmata. Un grazie a Massimo Carboni, senza il quale non si sarebbe realizzato un bel niente.
Enjoy!!!
domenica 6 novembre 2011
L'ombrello nel cuore
Lo sport italiano ha vissuto giorni drammatici, dopo la scomparsa di un giovane campione di motociclismo e l'improvviso, grave malore che ha colpito un simbolo (positivo o negativo, fate voi) del pallone nostrano.
Antonio Cassano è salvo, dopo un'ischemia, dovuta ad un piccolo foro sulla superficie del suo cuore. Per ripararla, vi è stato apposto un "ombrellino", a proteggere il punto debole del campione barese.
Non è questa la sede per valutare le azioni di Antonio Cassano uomo, tante e tali sono state, dal suo esordio in serie A come calciatore, che ne ha segnato il destino per sempre. I litigi, le cassanate, le stronzate in generale fanno parte di un bagaglio, quello del Pibe di Bari Vecchia, che ogni club in cui ha giocato, bene o male ha pure conosciuto.
E proprio perché ogni casacca vestita da Antonio corrisponde ad una serie di esami medico sportivi, la domanda da porsi è: possibile che quel "difetto genetico", e solo quello, fosse sfuggito (in ordine cronologico) a Bari, Roma, Real Madrid, Sampdoria e Milan? Possibile che le qualità e le colpe del ragazzo, tanto genio in campo quanto inqualificabile fuori, abbiano oscurato un problema di salute congenito?
Ad Antonio, che per diverso tempo ho seguito da vicino, auguro di riprendersi, quale che sia la (vera?) causa della sua malattia, quali che siano i tempi della sua riabilitazione. Gli auguro anche, da sportivo, di tornare più forte di prima, sui campi di gioco. Gli auguro infine, da suo ex tifoso, di metter giudizio, e un freno definitivo alla sua lingua e ai suoi eccessi. Forse, l'avesse messo prima, non gli sarebbe stato applicato un ombrello sul cuore.
Antonio Cassano è salvo, dopo un'ischemia, dovuta ad un piccolo foro sulla superficie del suo cuore. Per ripararla, vi è stato apposto un "ombrellino", a proteggere il punto debole del campione barese.
Non è questa la sede per valutare le azioni di Antonio Cassano uomo, tante e tali sono state, dal suo esordio in serie A come calciatore, che ne ha segnato il destino per sempre. I litigi, le cassanate, le stronzate in generale fanno parte di un bagaglio, quello del Pibe di Bari Vecchia, che ogni club in cui ha giocato, bene o male ha pure conosciuto.
E proprio perché ogni casacca vestita da Antonio corrisponde ad una serie di esami medico sportivi, la domanda da porsi è: possibile che quel "difetto genetico", e solo quello, fosse sfuggito (in ordine cronologico) a Bari, Roma, Real Madrid, Sampdoria e Milan? Possibile che le qualità e le colpe del ragazzo, tanto genio in campo quanto inqualificabile fuori, abbiano oscurato un problema di salute congenito?
Ad Antonio, che per diverso tempo ho seguito da vicino, auguro di riprendersi, quale che sia la (vera?) causa della sua malattia, quali che siano i tempi della sua riabilitazione. Gli auguro anche, da sportivo, di tornare più forte di prima, sui campi di gioco. Gli auguro infine, da suo ex tifoso, di metter giudizio, e un freno definitivo alla sua lingua e ai suoi eccessi. Forse, l'avesse messo prima, non gli sarebbe stato applicato un ombrello sul cuore.
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