mercoledì 27 luglio 2011

Da qui a un anno: Londra 2012!

Da qui ad un anno inizieranno i Giochi della XXX olimpiade. La sede sarà Londra, per la terza volta chiamata a ad ospitare atleti di ogni provenienza per contendersi titoli e gloria.

Le edizioni del 1908 e 1948 si caratterizzarono, entrambe, per una sorta di rilancio dei Giochi, caduti in disgrazia per scarsa cultura sportiva (ed è il caso del primo appuntamento londinese) e per la tragedia della guerra (come a tre anni di distanza dalla sconfitta del nazifascismo). La città di Londra e tutta la Gran Bretagna seppero infondere nuova vitalità ad una manifestazione che rischiava di essere travolta dagli eventi o dalla banalità.

Ma proprio perché lo Sport, quello moderno, quello che noi viviamo giorno per giorno come sfida e come passione, è nato e si è sviluppato soprattutto nel Regno Unito, proprio a Londra, si diceva, è possibile ritrovare l'originale spirito della competizione leale e del coinvolgimento nello spettacolo. Questo sembra essere l'intento del Comitato Organizzatore, che certamente memore dei fasti cinesi, ha puntato sulla celebrazione delle persone, in particolare dei giovani, piuttosto che sulla celebrazione della nazione e dei suoi governanti.

I mercati asiatici e sudamericani sono certamente importanti, e l'orgoglio del proprio Paese da sempre fa parte dei Giochi. Tuttavia, mai come a Londra ci si potrà sentire parte dell'universo umano e del firmamento sportivo. E' la natura stessa della città sulle rive del Tamigi, multiculturale ma rispettosa delle regole, caleidoscopica eppure simbolo resistente ai tempi e alle mode. Swinging London, Cool Britannia, scegliete voi: l'importante, tra un anno, sarà partecipare!

giovedì 21 luglio 2011

Copa América 2011, Guay ai vinti

Due paesi poveri e lontani da noi, accumunati da un suffisso curioso e significativo.
Due tradizioni calcistiche molto diverse, quella di chi è stato due volte in cima al mondo e quella di chi non ha mai visto le semifinali di un mondiale. Due modi di intendere il calcio opposti, eppure, a loro modo, redditizi.

In finale di Copa América 2011 arrivano Uruguay e Paraguay. Sembra uno scherzo, pensando alla classe e al blasone di Argentina, padrona di casa, e Brasile, entrambe eliminate nei quarti dopo i calci di rigore, proprio dalle due finaliste.

L'Uruguay ha regolato il Perù per due reti a zero, con doppietta di Luis Suarez (da cui Messi potrebbe anche trarre ispirazione, vista la perfetta sintonia dell'uruguagio con i suoi compagni di nazionale).

Il Paraguay ha pareggiato cinque incontri su cinque, è la prima squadra ad accedere alla finale di un torneo così prestigioso senza aver vinto una partita. La semifinale contro il Venezuela ha dimostrato come, per l'Albiroja, prima di tutto sia importante difendere. Ai calci di rigore dopo sofferenza e catenaccio, ci ha pensato Justo Villar a bloccare i sorprendenti venezuelani. La rissa successiva ha solo dimostrato la frustrazione di chi è stato battuto senza troppi meriti, e la tendenza di chi ha vinto ad essere quanto meno provocatorio.

Guay ai vinti, e la lista è lunga, in questa Copa América 2011. Non solo Messi, non solo Batista, non solo Pato, non solo Sanchez, Menezes, Vargas o Falcao. Forse la finalissima non vedrà in campo i migliori in assoluto, ma certamente i più determinati.

lunedì 18 luglio 2011

Giappone mondiale, USA sconfitti ai rigori


Come nelle favole più belle, il Giappone conquista il titolo di campione del mondo nel calcio femminile, sconfiggendo ai rigori gli Stati Uniti, favoriti della vigilia. Non si può parlare forse di vittoria di Davide su Golia, ma è certo che i bookmakers davano Hope Solo e compagne nettamente in vantaggio, sulla carta. Invece, l'incontro ha riservato emozioni e sorprese, dimostrando che la capacità di divertire con il pallone tra i piedi non è una prerogativa solo maschile.

Al contrario, la favola del Giappone è stata scritta da ragazze solide e tenaci, che hanno fatto dello spirito di gruppo il proprio cardine. A tutto ciò, si è aggiunta la classe trascinante del capitano giapponese, Homare Sawa, capocannoniere del torneo. La Sawa, nominata anche miglior giocatrice della competizione, ha illuminato il rapido gioco nipponico, con passaggi raffinati, che a me personalmente hanno ricordato l'estro di Andrea Pirlo, proprio quello di Germania 2006. Due volte sotto nel punteggio, il Giappone ha ottenuto la parità sia nei tempi regolamentari sia in quelli supplementari. Qui è stata proprio la Sawa a pareggiare, a tre minuti dal termine, con un colpo di tacco su calcio d'angolo (e qui i paragoni con Roberto Mancini e Zlatan Ibrahimovic si possono sprecare...): roba che difficilmente si vede, anche in partite di minor importanza, figurarsi in una finale mondiale.

Sugli Stati Uniti, c'è poco da dire: è di sicuro una squadra di talenti, a partire da Abby Wombach, strepitosa centravanti, capace di segnare il gol del momentaneo vantaggio americano nei supplementari, e in generale vera anima della squadra a stelle e strisce. Ma si può citare anche Alex Morgan che, pur da subentrata, ha dato un contributo di spessore, segnando il primo gol statunitense. Discorso a parte va fatto per Hope Solo: raramente un portiere viene osannato solo per un facile intervento in area. A lei tocca ogni volta che il pallone passa per le sue mani o i suoi piedi, creando il curioso caso di un ovazione per un intervento banale. Il suo essere personaggio da copertina non ha coinciso però con la sua prestazione in finale. Il gol del 2-2 segnato dalla Sawa è stato preceduto da un siparietto della stessa Solo, che pareva essersi infortunata, ma probabilmente stava solo perdendo tempo. Sempre sul gol del 2-2, la bella Hope non è parsa irreprensibile, esattamente come ai rigori. Uno parato, tre gol subiti, il brutto vizio di muoversi in anticipo. Il suo "guanto d'oro", premio al miglior portiere del torneo, pare immeritato, tanto quanto il medesimo riconoscimento sarebbe stato meritato da Ayumi Kaihori, estremo difensore nipponico, autrice di una gara strepitosa.
Chissà se Blatter, dovendo già premiare il Giappone campione del mondo, non abbia voluto compensare la delusione americana. O magari, semplicemente, non abbia voluto fare del marketing.

Giappone-Stati Uniti 5-3 d.c.r. (2-2 d.t.s.)

Copa América 2011, saluta anche il Brasile

E anche il Brasile cadde.
Nel quarto di finale sulla carta più squilibrato la sorpresa non è il catenaccio del Paraguay, la cui solidità difensiva è nota anche all'Italia. La sorpresa, se mai, è rappresentata dalla incredibile incapacità di concretizzare della nazionale verdeoro, che ha sprecato occasioni su occasioni. Alla fine dei tempi regolamentari e poi dei due tempi supplementari, il risultato è rimasto bloccato sullo zero a zero.
Ai rigori, il campo fa la differenza, o forse solo l'indolenza dei carioca.
Il rigore sbagliato da Elano (imitato dal paraguayano Barreto) sembra più colp del fondo sconnesso che del calciatore. Pazienza, ci sta essere ingannati. Poi però la blanquiroja non sbaglia più, mentre, il Brasile fallisce altri tre tiri dal dischetto. Un dischetto mobile e insabbiato, d'accordo, ma calciare in modo più facile sarebbe stata la cosa più logica. Invece, brasiliani a casa, a mitigare le sofferenze argentine.

Il Paraguay si giocherà l'accesso alla finalissima contro un'altra sorpresa, il Venezuela. La nazionale vinotinta batte 2-1 il Cile di Alexis Sanchez, e anche qui sono le occasioni sbagliate a condannare i favoriti della vigilia. Tra pali, traverse ed errori vari, i cileni finiscono due volte sotto, ma la seconda volta non riescono a trovare il pareggio, anche perché mancano otto minuti alla fine.

Il quadro delle possibili finaliste vede dunque l'Uruguay favorito, e il Paraguay di rincalzo. Perù e Venezuela potrebbero scrivere la storia, quando alla vigilia nessuno le dava neanche in semifinale.

Quello che è certo è che questa sarà ricordata come una loca Copa América.

domenica 17 luglio 2011

Copa América 2011, l'Uruguay elimina Messi

La Copa América 2011 perde la sua squadra favorita, nonché paese ospitante, l'Argentina. L'Uruguay passa ai rigori ed elimina così Messi e compagni, ancora una volta bocciati alla prova di maturità con la Seleccion.

Alla vigilia si ipotizzava che il Clasico Rioplatense potesse riservare delle sorprese. A giudicare dall'andamento della gara e dal risultato finale, questo pronostico si è avverato, nel modo più esaltante per la Celeste e in quello più drammatico per i padroni di casa. Lo stadio di Santa Fè, già noto come il "cimitero degli elefanti" per le fragorose cadute di formazioni titolate (come il Santos di Pelé) è diventato la tomba dei sogni argentini. Che si sia definitivamente rotto qualcosa, tra la nazione e la Seleccion, lo sottolinea anche la stampa locale, che parla di "morte dei sogni" (El Clarin), e di "fracaso nacional", cioè fallimento nazionale (il quotidiano sportivo Olè). Inutile aggiungere che i tre indicati come colpevoli sono Tevez, per il rigore sbagliato, Messi, che non riesce a trascinare l'Argentina alla vittoria come Diego, e Batista, nel tipico ruolo di parafulmine che non vuole saperne di schiodarsi dalla panchina. Sul paragone tra Leo e Diego si potrà scrivere tantissimo, d'ora in avanti, fino alla fine della carriera della Pulga. Mi limito ad osservare che Maradona era decisivo in contesti buoni ma non eccellenti (vedi il Napoli e l'Argentina dell'86), mentre Messi stravince senza fatica apparente quando è circondato da talenti purissimi (Xavi, Iniesta, Villa, ecc.) mentre non ottiene nulla pur dannandosi l'anima quando i comprimari non sono al suo livello.

Vola dunque l'Uruguay del Maestro Tabarez, che si giocherà l'accesso alla finalissima contro il sorprendente Perù. La blanquirroja ha battuto per 2-0 ai tempi supplementari la più quotata Colombia, che ha fallito occasioni su occasioni, compreso un calcio di rigore con Falcao. Era dal 1983 che la nazionale de los Incas non otteneva un risultato così positivo nella competizione, e adesso la sfida contro la Celeste sarà tutta da giocare per continuare a sognare: gli stessi sogni che fino a stanotte hanno cullato milioni di tifosi argentini.

sabato 16 luglio 2011

Copa América 2011, al via i quarti!

Scattano stanotte, in Argentina, i quarti di finale della Copa América 2011.
Il tabellone vede, nella parte alta, Perù-Colombia e Argentina-Uruguay. Se la prima sfida ha come favoriti i colombiani, vittoriosi nel proprio girone davanti ai padroni di casa, la sfida tra gli uruguaiani e gli stessi argentini si preannuncia come equilibrata ed aperta alle sorprese. Le due formazioni vivono un vero e proprio derby, detto "Clasico Rio platense", dal nome del maestoso fiume che segna il confine tra i due stati. La tradizione vuole favorita l'Albiceleste sulla Celeste, che però ha già trionfato in due fondamentali occasioni sui rivali: nel 1930, nella finale del primo campionato del mondo, e nel 1987, nell'ultima Copa América giocata a passo di tango. Messi contro Suarez, Aguero contro Forlan, Batista contro Tabarez: da un lato, i padroni di casa, favoriti della vigilia, che non possono perdere; dall'altro, gli outsiders per definizione, fin da quella finale del Maracanà, anno 1950, che uccise (non solo metaforicamente) un buon numero di speranze brasiliane.

Nella parte bassa del tabellone, ecco appunto i carioca, guidati da Pato e Neymar. Il Brasile sfiderà, per le bizzarrie della formula del torneo , il Paraguay, appena affrontato nel girone. Il talento nei verdeoro c'è sempre, meno la fluidità della manovra, che stenta. Se ci si mette anche un Julio Cesar ridotto ai minimi termini (come dimostrato contro l'Ecuador), ecco che allora per i brasiliani la sfida contro l'Albiroja è tutt'altro che agevole.
Infine, sulla strada di Pato e Santa Cruz ci sono anche Cile e Venezuela. I rossi di Alexis Sanchez sono in buona forma, e hanno vinto il proprio girone pur senza strafare. Di fronte avranno la "vinotinta", l'orgoglio del presidente Chavez, che sicuramente ha dimostrato di essere migliorata tantissimo rispetto agli ultimi tornei continentali. Favorito il Cile, che vuole vendicarsi del Brasile, suo giustiziere agli ultimi mondiali.

Neanche a dirlo, tutti gli incontri saranno trasmessi in diretta notturna da Sky.

giovedì 14 luglio 2011

Hope del Giappone

La finale della VI edizione del mondiale di calcio femminile vedrà scendere in campo gli Stati Uniti e il Giappone. Se per le americane, già alla vigilia del torneo favorite, si tratta del terzo appuntamento per salire sul tetto del mondo (dopo le vittorie del 1991 e del 1995), per le giapponesi si tratta di una prima assoluta, e comunque del miglior risultato di sempre nel campionato del mondo (in precedenza, solo i quarti nel 1995). I confronti diretti in una fase finale del mondiale è altresì favorevole alle americane, vittoriose per 3-0 sulle nipponiche, nel 1991, e per 4-0 nel 1995.

Il pronostico dice quindi USA, ma questo Giappone (detto Nadeshiko Japan, ossia la nazionale del garofano, simbolo della squadra) è una compagine che va oltre i valori tecnici e agonistici. Questo Giappone rappresenta la speranza di un intero popolo, che non vuole chinare il capo di fronte al destino. La crescita esponenziale di Cina e India, e il recente disastro dello tsunami sembravano aver relegato il Giappone a ex potenza mondiale, e a potenza locale in Asia. Lo sport, e questo torneo di calcio in particolar modo, sembrano poter restituire prestigio e dignità a chi, allo sport, ha sempre dedicato passione, serietà e competenza.

I giapponesi tutti meriterebbero un trionfo, dopo quanto subito nei mesi recenti, ma si sa che il calcio è un universo a sè, e allora viva Hope Solo, la giocatrice più rappresentativa delle Yanks a caccia della terza stella. Lei, di professione portiere, è ammirata tanto per il talento quanto per l'avvenenza, ma forse ancora di più attrae quel nome, carico di malinconia e speranza. Le stesse caratteristiche di quel fiero popolo dell'estremo oriente, pronto a festeggiare, a suo modo, un eventuale trionfo delle sue ragazze.

HIGHLIGHTS SEMIFINALI FIFA WOMEN'S WORLD CUP

Giappone - Svezia 3-1
Usa - Francia 3-1

lunedì 11 luglio 2011

Donne sul tetto del mondo

Penultimo atto della coppa del mondo femminile di calcio, edizione 2011, ospitata dalla Germania. Alle semifinali sono giunte le nazionali di Giappone e Svezia, che si sfideranno mercoledì prossimo a Francoforte, e quelle di Francia e Stati Uniti, in scena sempre mercoledì, ma a Moenchengladbach.

Ciò che è davvero interessante di questo torneo, al di là dell'aspetto tecnico (le donne toccano il pallone bene quanto gli uomini, se non di più, solo in Italia non ce ne accorgiamo...), è la differenza netta tra le bandiere che dominano, rispetto all'evento maschile.

Se vi avessero raccontato che le semifinali di Sudafrica 2011 avevano visto sfidarsi la Svezia di Ibra contro il Giappone di Nagatomo, oppure gli Stati Uniti di Donovan contro la Francia di Benzema, non vi sarebbe venuto un minimo sospetto che qualcosa fosse andato storto?

Eppure, la realtà è questa, in campo femminile. Ai quarti, tutti gli incontri sono stati equilibrati e spettacolari. La Germania, dominatrice in passato, si è fatta eliminare in casa dalle giapponesi, ai supplementari. L'Inghilterra ha perso ai rigori contro la Francia, ma in questo caso almeno una "nobile" sarebbe comunque arrivata in semifinale. Il Brasile è stato eliminato dagli USA, in quella che poteva benissimo essere una finale per il titolo, ed è stato solo un quarto. Infine, a contendersi un posto tra le prime quattro sono state, appunto, Svezia e Australia. Non pervenute la Spagna, l'Argentina, l'Italia, l'Uruguay...

In campo femminile, la tradizione è diversa, d'accordo. L'albo d'oro mondiale, dal 1991, recita USA-Norvegia-USA-Germania-Germania. Ai giochi olimpici, le americane hanno sempre disputato la finalissima, dalla prima edizione del torneo femminile, nel 1996, lasciando l'oro solo in un caso, alle norvegesi, a Sydney 2000. Ma la logica vorrebbe che lo sviluppo di uno sport (e di quale sport si sta parlando!) fosse paritario e uniforme, specie nei Paesi dove maggiore è l'interesse per la disciplina. In Italia, si fa fatica a far passare il professionismo nel calcio femminile, per cui è inutile sperare di ottenere risultati significativi a livello mondiale. Magari vogliamo far intervenire il ministro per le pari opportunità?

mercoledì 6 luglio 2011

I Giochi Olimpici invernali del 2018 assegnati a PyeongChang

E Corea fu!
Pyeongchang ce l'ha fatta, si è aggiudicata l'organizzazione dei Giochi olimpici invernali del 2018, battendo la concorrenza della francese Annecy e, soprattutto, della tedesca Monaco di Baviera.

All'ovvia delusione della delegazione tedesca presente a Durban, dove si sono tenute le presentazioni delle candidate e la votazione decisiva, si è
contrapposta l'incontenibile gioia dei delegati coreani, che addirittura hanno brevemente intonato quelli che parevano più cori da stadio che canti di gioia. In ogni caso, complimenti alla Corea del Sud, che organizzerà un evento olimpico per la seconda volta, dopo Seoul 1988. Sarà una prova decisiva per il paese asiatico, che da un lato sconta trascorsi non felicissimi (soprattutto nei rapporti tra organizzatori e giudici di gara...) e dall'altro vive in uno stato di continua tensione con i cugini del Nord della penisola.

Tuttavia, la qualità degli impianti e dei trasporti di PyeongChang sembra aver convinto, stavolta, i membri del CIO, che hanno premiato la città dopo le due bocciature per i giochi del 2010 (andati a Vancouver) e soprattutto del 2014 (assegnati a Sochi). Il tono quasi drammatico con cui alcuni delegati coreani si sono rivolti all'assemblea olimpica, quasi implorandola di non bocciare ancora la loro candidatura, è sembrato eccessivo, patetico. Tuttavia, ha funzionato.

PyeongChang è una città a 700 metri di altezza sul livello del mare, relativamente piccola come dimensioni, avendo 50 mila abitanti, e localizzata in una zona del paese molto vicina a quel 38° parallelo che dal 1950 segna il confine tra i due Stati coreani. La regione cui fa riferimento, Gangwon, è però piuttosto ampia, oltre 16 mila chilometri quadrati, e più di un milione e mezzo di abitanti. Va detto anche che nelle precedenti occasioni di candidatura, PyeongChang veniva spesso confusa con la quasi omonima capitale della Nordcorea, PyongYang, a conferma di quanto la località sciistica non fosse così celebre, prima di questa investitura olimpica. Tuttavia, la realtà non può essere cambiata, con buona pace di francesi e tedeschi: nel 2018, guarderemo ad Est, per vedere il bianco olimpico.

Corsa a tre per i Giochi Olimpici Invernali 2018

Verrà annunciata oggi pomeriggio, a Durban, Sudafrica, la città che avrà l'onere e l'onore di ospitare i XXIII Giochi Olimpici Invernali, anno 2018. Le candidate sono la tedesca Monaco di Baviera, la francese Annecy e la sudcoreana PyeongChang.
Ciascuna delle tre porta una candidatura forte e interessante, non solo dal punto di vista delle locations.

Per Monaco sarebbe un ritorno ai Giochi, dopo l'edizione estiva del 1972. Ai tedesci, a dire il vero, l'Olimpiade va sempre un po' di traverso, se non nell'organizzazione, almeno nel ricordo. Nel 1936, i giochi estivi di Berlino e quelli invernali di Garmisch furono allestiti nel segno della svastica e del Furher, ideologizzandoli all'estremo. L'occasione dei Giochi di Monaco del '72 sembrava dover cancellare quel ricordo, ma irruppe sulla manifestazione il terrorismo. L'oasi di pace sportiva venne distrutta dall'assalto di criminali filo-palestinesi, ma i Giochi non si fermarono. Ai tedeschi rimase come un senso di debolezza, di fronte alla breccia sanguinaria che si aprì nella possente macchina organizzativa teutonica.
Per Monaco, insomma, sarebbe una grande occasione di giungere, finalmente, ad un'edizione dei Giochi memorabile, ma solo per spettacolo ed efficienza. E sarebbe la prima volta che la stessa città potrebbe vantarsi di aver ospitato sia un'edizione estiva che una invernale.

Meno di tradizione, ma forse più innovative sarebbero le scelte di Annecy o PyeongChang. La Francia ha già ospitato cinque edizioni dei Giochi, due estive a Parigi (1900 e 1924) e tre invernali, in altrettante differenti sedi. Chamonix 1924, Grenoble 1968 e Albertville 1992 sono sicuramente ricordate in modo positivo, ma forse la bulimia francese nel voler organizzare i Giochi, e il fatto stesso che siano passati meno di vent'anni dall'ultima edizione transalpina, potrebbero sfavorire Annecy.

Infine, i coreani indomabili di PyeongChang, per la terza volta consecutiva candidati ad ospitare i giochi invernali. Nel 2003 persero di un soffio da Vancouver (56 voti a 53), mentre nel 2007 dovettero arrendersi a Sochi, di nuovo per una manciata di preferenze (51 a 47). Stavolta la loro tenacia potrebbe essere premiata, e l'Olimpiade tornare in Asia per la sesta volta, la terza per i giochi invernali. In Corea del Sud si tennero i XXIV Giochi olimpici estivi, nella capitale Seoul. Furono i Giochi dello spettacolo della cerimonia d'apertura, di Florence Griffith-Joyner e dello scandalo Ben Johnson. Furono anche i Giochi dello scandalo dei giudici troppo casalinghi, con eccessi ingiustificabili nel pugilato.

Poche ore al verdetto definitivo: la mia preferenza va a Monaco, non lo nascondo. Credo però che i coreani possano uscire vincitori, stavolta. Anche se, come si dice, non c'è due senza tre...

lunedì 4 luglio 2011

Calcioscommesse 2011, parte la giustizia sportiva

Con l'inizio degli interrogatori da parte del procuratore Palazzi, la giustizia sportiva muove i suoi primi passi ufficiali nella vicenda "calcioscommesse 2011". Se ne era parlato tantissimo, un mese fa, poi la cosa è rimasta sottotraccia, forse per l'enorme clamore iniziale.
Oggi torna alla ribalta, perché la giustizia sportiva ha tempi ristretti, solo due gradi di giudizio, e rispetto alla giustizia ordinaria i modi sono un po' differenti.

Ciò che potrebbe succedere, dal deferimento di società e tesserati, a penalizzazioni e revisione dei quadri di serie A, B e Lega Pro, è tutto da vedere. All'inizio sembrava tutto circoscritto alle serie minori, poi sono partiti i nomi più importanti; regna grande incertezza sull'esito conclusivo, e si sa che tra ricorsi e reclami nulla è scontato.

Resta però un dubbio, che non può non essere sciolto dalle indagini di Palazzi. Il coinvolgimento delle società maggiori deve essere chiarito o smentito, per far ripartire la stagione senza ombre. La serie A, con Calciopoli, ha già patito enormemente, a livello di credibilità, e soluzioni di compromesso non potrebbero che peggiorare la situzione.

Allo stesso modo, quest'inchiesta, unita alle tante difficoltà economiche di molte società di Lega Pro, può essere l'occasione per realizzare un obiettivo che sottoscriverei pienamente, lo sfoltimento del numero delle squadre professionistiche. Sarebbe un primo passo per ridimensionare il nostro calcio, sul piano dei debiti e della credibilità.

domenica 3 luglio 2011

Wimbledon Gentlemen's Singles - The Final

Novak Djokovic ce l'ha fatta: battendo Rafael Nadal (6-4, 6-1, 1-6, 6-3) ha conquistato il suo primo titolo sull'erba, sul palcoscenico più prestigioso, quello di Wimbledon. Per il serbo è il terzo titolo in uno slam, dopo i due ottenuti a Melbourne nel 2008 e 2011.

Da domani Djokovic sarà il nuovo numero 1 del ranking ATP, in virtù di una strepitosa striscia di vittorie nell'anno solare 2011, ben 43 in 44 incontri. La sconfitta nelle semifinali del Roland Garros, per mano di Federer, interruppe il ciclo, ripreso però a Londra, con altre 7 affermazioni consecutive, arrivando a 50 su 51 incontri.

L'ultima di queste è proprio quella odierna contro Nadal. L'equilibrio del primo set è stato spezzato proprio nel game decisivo, sul 5-4 per il serbo. Il contraccolpo psicologico per lo spagnolo è stato forte, al punto da fargli cedere di schianto nel secondo set. Il 6-1 conquistato da Djokovic si è però ribaltato a specchio, in favore di Rafa, durante il terzo set. E' stato l'unico momento della finale in cui il maiorchino è sembrato davvero poter dominare sull'avversario, che nel frattempo, complice forse un calo di concentrazione, ha iniziato a piazzare malamente il suo dritto. Il calo di Djokovic però non è bastato a Nadal, che ha dovuto nuovamente inseguire nel quarto e decisivo set, venendo breakato sul 4-3 per il serbo. La vittoria era a portata di servizio, e Nole non ha sbagliato, potendo così alzare le braccia al cielo di Londra.

La chiave dell'incontro può essere nell'inefficacia di alcuni colpi di Nadal contro Djokovic, unico giocatore del circuito a difendere bene quanto lo spagnolo. Ma è pur vero che gli angoli spolverati dal serbo hanno fatto tremare il mancino di Manacor, spesso in affanno a respingere la palla. Di sicuro, la proverbiale veemenza dei colpi di Nadal oggi ha ceduto il passo ad una più compassata serie di risposte. Viceversa, fatto salvo il terzo set vacanziero, Djokovic ha picchiato forte e azzeccato quasi tutte le traiettorie.

La classifica mondiale ha un nuovo dominatore, dunque, ed era dal 2004 che lassù in cima non spuntava un nome diverso da quelli di Roger Federer e Rafa Nadal. In attesa della definitiva consacrazione di Andy Murray, il tennis mondiale attuale può contare su almeno tre fenomeni, da domani pronti a giocarsi alla pari i principali tornei. Domani, per Roger e per Rafa, sarà un altro giorno. Forse invece per Nole sarà un dolce prolungamento del meritato trionfo odierno.

sabato 2 luglio 2011

Problemi personali col ciclismo e i suoi protagonisti odierni

Considerazione lampo sul Tour de France che inizia oggi.

Il favorito per la vittoria finale è sempre Alberto Contador, vincitore già nel 2010, nonostante la positività per presunta contaminazione di una bistecca mangiata dal corridore durante lo scorso Tour. Per giunta, la giustizia sportiva emetterà una sentenza definitiva sulla vicenda solo ad inizio agosto, a Tour 2011 già bello che finito.

Basta questo a farmi cambiare canale. E dire che un tempo telefonavo dalle Cicladi per farmi raccontare ogni tappa...

Wimbledon Gentlemen's Singles - Semifinals

La finale maschile di Wimbledon 2011 si disputerà tra Rafael Nadal e Novak Djokovic.
I primi due giocatori del ranking mondiale, che da lunedì invertiranno le loro posizioni in favore del serbo, hanno dato prova delle loro capacità contro due avversari comunque di altissimo livello come Andy Murray e Jo-Wilfried Tsonga.

Djokovic ha avuto la meglio dopo poco più di tre ore di gioco, evitando di cadere nella sindrome da camomilla di Federer, che colpì lo svizzero al terzo set contro Tsonga. In vantaggio di due set, Nole ha perso al tie-break dopo aver avuto due palle match, su servizio dell'avversario. Nel quarto set, però, il serbo è scappato subito con un break, e il risultato finale rispecchia i valori in campo, rendendo l'onore delle armi al francese: 7-6 6-2 6-7 6-3. Bravo Tsonga, un vero acrobata della racchetta, in grado di infiammare il compostissimo pubblico britannico.

Pubblico che, nella semifinale seguente, era tutto per Andy Murray. Lo scozzese, anche questa volta giunto al penultimo atto di Wimbledon, si è dovuto arrendere alla classe e alla potenza di Rafa Nadal. Eppure Murray aveva iniziato bene, con un servizio costante e perfetto, assicurandosi il primo set per sette giochi a cinque.
Ma dal secondo, nonostante un sostanziale equilibrio di partenza, Nadal ha preso in mano il match, breakando sul due pari, e imponendo da lì in avanti il suo gioco dinamico e potente. Il mancino di Manacor ha portato a casa i tre successivi set (6-2, 6-2, 6-4), vistando il proprio passaporto per la quinta finale sull'erba più prestigiosa.

Ammetto che una finale Djokovic-Murray mi avrebbe stuzzicato molto, e grande sarebbe stata l'indecisione su chi tifare tra il serbo e lo scozzese. Al di là dei gusti personali, però, una finale Djokovic-Nadal garantisce equilibrio e spettacolo, specie pensando alle ripetute vittorie del primo sul secondo, nei recenti confronti diretti. La posizione numero uno del ranking è data da criteri matematici, il titolo a Wimbledon dalle proprie capacità tennistiche: senza guardare le classifiche, domenica sera sapremo chi davvero è il numero uno mondiale.

venerdì 1 luglio 2011

Copa América 2011, si parte!

Stanotte, alle 2.45 ora italiana, parte la Copa América 2011, organizzata dall'Argentina, 24 anni dopo l'ultima sua edizione, presente Diego Maradona.
Quella volta, però, non fu Diego a vincere, bensì l'Uruguay di Enzo Francescoli. Il dramma per i tifosi argentini fu totale, e il fatto di non aver vinto le due edizioni da campioni del mondo in carica (quella dell'87, appunto, e quella del 1989, contro gli eterni rivali brasiliani, in casa loro) provocò un vero e proprio shock, cui si aggiunse la controversa sconfitta di Roma del 1990. Il fato sembrò tornare a sorridere all'Albiceleste con le due vittorie sudamericane del 1991 e del 1993, ma da allora nessun altro titolo continentale o mondiale è volato sulla Pampa. Certo, le ultime edizioni dei Giochi Olimpici hanno portato due ori preziosissimi nella bacheca argentina. Proprio dall'ultima edizione dei Giochi, Pechino 2008, può e deve ripartire l'Albiceleste, e dal suo uomo simbolo, che quell'oro l'ha vinto: Lionel Messi.


Inutile aggiungere che tutti gli obiettivi sono puntati su Leo, stante il paragone con El Diego. Confrontando il palmares dei due, si legge che il Pibe non ha mai toccato una Coppa dei campioni, Messi già tre; Leo non ha ancora saputo trascinare i suoi al trionfo mondiale, Maradona in Messico, si sa, fu un marziano tra i terrestri. Questa Copa América sembra essere il banco di prova definitivo per Messi: vincere in patria lo porrebbe definitivamente sullo stesso piano di Diego.

Non sarà facile per il leader dell'Albiceleste. La concorrenza è agguerrita come non mai. Stavolta non c'è solo il Brasile, che anzi pare depotenziato rispetto ai suoi standard usuali. Certo, Pato e Robinho sono freschi campioni d'Italia, Neymar e Ganso gli astri nascenti, Lucio ed Elano i trascinatori di sempre, ma manca un fenomeno assoluto. Manca un Messi, insomma.

C'è però un Uruguay fresco di quarto posto mondiale in Sudafrica, e quindi migliore sudamericana piazzata. Cavani-Forlan-Suarez forse non varranno Lavezzi-Messi-Tevez, ma di sicuro la loro pericolosità complessiva non è così dissimile.

Da non sottovalutare il Cile del Nino Maravilla, Alexis Sanchez, vero protagonista del mercato europeo. Da non sottovalutare nemmeno il Paraguay, tradizionalmente una squadra difensivista, che però ha in Lucas Barrios una brillante punta di diamante. Più staccate le altre formazioni, come inevitabile che sia, per tradizione e livello dei propri club. Forse il Messico, forse l'Ecuador potrebbero dire la loro, ma si tratterebbe comunque di outsider già nei loro gironi, non certo di indiziate per la vittoria finale.

In ogni caso, molto starà ai padroni di casa, e la pressione sulla Pulga sarà enorme: piccolo grande uomo, fantascientifico talento calcistico, ultima speranza di una nazione in crisi sotto tanti punti di vista, che oggi come in passato si attacca al calcio per mettere da parte le proprie tragedie.

NBA, Lock out in vista... Quanto dista l'Italia?

E' rottura, tra i proprietari delle franchige NBA e l'associazione dei giocatori. Le ragioni sono da cercare nei costi degli ingaggi, lievitati a dismisura, e non più sostenibili, secondo i padroni delle squadre.
Dall'altra parte della barricata, i giocatori ritengono di non doversi sacrificare più di tanto per far andare avanti il gioco.

Il dato più rilevante è che 22 squadre su 30 hanno i conti in rosso, e le perdite globali sono stimate attorno ai 340 milioni di dollari annui.
La NBA sembra un pianeta distante dallo sport italiano, per lo spettacolo che produce, per la qualità dei suoi talenti (nazionali e stranieri), per il giro d'affari nettamente superiore a quello di qualsiasi campionato italiano, basket e non. Eppure, la situazione, a mio avviso, potrebbe e dover suggerire qualcosa al nostro sport.


L'America del basket non ha più soldi per pagare i giocatori, i quali hanno preso il comando vero e proprio delle operazioni. I diritti tv e i ricavi delle partite non bastano più a sostenere i costi di gestione. Stiamo parlando di palazzetti moderni, dove il merchandising e il marketing sono assai più evoluti che dalle nostre parti.

Dunque, è logico credere che se negli Stati Uniti si è venuta a creare questa situazione, e se la soluzione non pare alla portata di mano per i dirigenti a stelle strisce, non diversamente da noi, quando si arriverà al punto di rottura, il lock out sarà il minimo.
In Italia, però, c'è la sindrome dell'orchestra del Titanic, nello sport come nella società: si continua a suonare come se l'iceberg non ci stesse per colpire (o non ci avesse già colpito!). E' il vecchio ritornello della canzone "Finché la barca va...", e basti questo a spiegare la tristezza della nostra mentalità.

Facile, quanto sterile, fare moralismi sugli ingaggi elevati degli sportivi, confrontati con gli stipendi degli operai e dei co.co.pro. Più difficile, ma più utile, sarebbe ragionare su un nuovo modello di sport professionistico, equilibrato a livello economico ed attento alla qualità dello spettacolo. Sia la NBA, sia la Serie A, sia quello che volete: America e Italia non sono così distanti.